Turnover

Il 41% dei lavoratori dichiara di voler cambiar lavoro nei prossimi sei mesi, diversi studi recenti convergono su queste statistiche (Manpower, Gallup, Hays..).
Il problema è che non sappiamo quale parte della popolazione aziendale voglia cambiare lavoro.

Il turnover effettivo non rispecchia queste statistiche e magari le persone rimangono, ma non sono felici e lavorano male, sono tormentate e demotivate e ne risente pesantemente la produttività aziendale e alla fine il Sistema Paese.

Le cause del turnover non sono solo economiche, più spesso sono dovute ad una carenza di motivazione intrinseca: percezione di sviluppo professionale non adeguato, scarsa soddisfazione o senso di scopo, mancanza di significato nel lavoro quotidiano, cultura aziendale negativa, ambienti tossici, scarsa leadership o mancanza di inclusione.

E allora ben venga il nomadismo lavorativo perché aiuta a riequilibrare il mercato: la girandola premia le aziende realmente inclusive e penalizza le aziende malsane, le quali si troveranno con una continuità minata e maggiori costi di sostituzione e onboarding.

Spesso il problema non riguarda l’intera azienda ma comparti, le persone scappano da manager tossici. Ho visto frequentemente manager che si arrabbiano quando ricevono le dimissione da collaboratori performanti e le vivono come una mancanza di fedeltà, una mancanza di rispetto.

Dovrebbero invece imparare ad accettare che la “fedeltà” non è più automatica, ma va guadagnata ogni giorno e, se viene meno il valore reciproco conviene far uscire i dipendenti in modo positivo affinché diventino ambasciatori dell’employer branding.

L’esperienza lavorativa è il vero asset aziendale, la ricetta è facile: attenzione al purpose aziendale, ascolto attivo, feedback continui, percorsi di sviluppo chiari, formazione mirata, cultura dell’errore, inclusività, sfide bilanciate, fiducia e autonomia.

La buona notizia è che tutto questo oggi si può misurare in modo scientifico con strumenti innovativi che lavorano in real time, in continuo e a livello individuale.

Personalmente suggerisco di accompagnare questa rivoluzione silenziosa.

Non aver paura di scappare da posti di lavoro malsani e favorire con il nostro apporto le aziende più desiderabili e riconosciute.

E’ importante guardare al sistema valoriale che dichiara il datore di lavoro, ma non fidiamoci degli slogan appesi ai muri.

Oggi, è facile prendere informazioni, e dobbiamo essere consapevoli che all’interno delle aziende vi sono forti differenze tra gruppi diversi.

Non c’è futuro per le imprese che bruciano talenti invece di valorizzarli, la vostra è un’azienda che valorizza i talenti o li fa scappare?

Silvio Antonio Varagnolo
Silvio Antonio Varagnolo
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