Smart Working
Si può diventare bravi manager lavorando in smart working? E quanto importante può essere il luogo di lavoro per la narrazione del Purpose?
È stata una follia, una intuizione nata nel 2019, senza nessuna conoscenza di Psicologia Ambientale, né di Biophilic Design che leggo ora su: “Spazio al Benessere di Lucilla Malara e Donatella Mongera – GueriniNext – Dicembre 2024”.
Spostare tutto il personale in campagna a 8Km dal centro città, dal caos al silenzio, dal cemento al verde, e paradossalmente portando significativi risparmi, perché a parità di postazioni di lavoro i costi degli spazi in campagna sono molto ma molto più bassi.
E’ stato un colpo di fulmine e ho capito che era la scelta giusta. Il primo manufatto della villa risale a mille anni fa, se un luogo si ripropone per mille anni, passato per le mani di nobili veneziani, monaci benedettini e imprenditori, significa che è un luogo magico?
Abbiamo ascoltato le persone coinvolte nel trasferimento con un sondaggio tra tutti gli interessati, in effetti, qualche scomodità la comportava. Il consenso quasi unanime.
Consentirmi di affittare la villa è stato l’ultimo regalo della mia azienda, visto che da lì a poco avrei lasciato.
In questo punto di snodo tra passato e futuro abbiamo potuto ripensare una location innovativa per un progetto di rinascita del mondo della consulenza che stavamo cullando da tempo.
E potendo ripartire dai più alti valori del passato, estetica ed etica, insieme ad un “purpose” che dà senso al futuro grazie a meritocrazia, autonomia, miglioramento continuo, autorealizzazione, democrazia, deleghe, sfide bilanciate, feedback continui, cultura dell’errore.
Un ambiente ispirazionale, la torre orizzontale, così l’abbiamo chiamata. Nella grande città, gli edifici si sviluppano in altezza, per risparmiare spazio, e ci si muove dentro gli ascensori, per risparmiare tempo.
Ma fare le scale fa bene, anche all’inclusione sociale, bisogna camminare per incontrare persone, per assecondare un bisogno fondamentale dell’essere umano: il senso di appartenenza.
Un posto così insegna ai giovani l’arte della pazienza; non il tutto subito, ma una vita professionale impostata in modo strategico, e racconta ai giovani l’importanza della gavetta, quel sacrificio che ti fa arrivare in fondo alla maratona, e non è un lavoro partecipare ad una maratona.
Solo dopo abbiamo capito che è stata una scelta di visione, da costruire attraverso la narrazione e senza fogli di calcolo.
Oggi molti giovani scelgono un’azienda solo se offre full smart working. Lo trovo sbagliato ma ammetto che potrebbe derivare da un mio bias cognitivo e non pretendo di aver ragione.
Lo schermo scherma e le soft skill si imparano anche per osmosi, anche nei momenti non programmati, anche nelle conversazioni spontanee.
Si può diventare bravi manager lavorando solo in smart working? Oppure una soluzione ibrida che abiliti il contatto umano risulta la scelta migliore?